Dettagli sfuocati, immagini frastagliate, sorrisi abbozzati, sguardi assenti. La scelta grafica di CINEMATOCASA rasenta l’espressionismo, figlia di un’idea “malata” a metà strada tra Monet e Andy Warhol, dove il cinema si fa pittura e dunque ancor più mistero.
Non era meglio approdare a una veste tipografica classica con le foto nitide di star e stelline hollywoodiane? Domanda senza una risposta precisa così come risulta indefinita l’opera dell’art design di questo magazine. La nostra presunzione arriva ad immaginare che sia più speculare nei confronti del movimento fluttuante di immagini che è il cinema, un affresco dai contorni irreali: una “spirale” che può dare inizio ad un altro movimento, quello della curiosità e della fantasia. Gli occhi vuoti si riempiono allora della vostra immaginazione, i sorrisi allargati si stemperano tra i vostri ricordi, i vestiti degli attori rimandano a citazioni lontane.
Un modo diverso di proporre una scelta stilistica che però viene mitigata dalla presenza di piccole fotografie così come siamo abituati a vederle in un gioco di contrasti cromatici.
Ovviamente abbiamo messo nel conto che a molti di voi tutto questo non interessa e che sarebbe meglio tornare a (ri)vedere senza filtri. Ma abbiamo, ahimè, intrapreso una strada senza ritorno…
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