23/02/2017, 12:50



ARRIVAL-di-Enrico-Lo-Coco


 



Glin alieni arrivano sulla terra e provano a comunicare con la razza umana; nnegli Stati Uniti, spetta ad una rinomata insegnante di lingue (Amy nAdams) tentare di decifrare il messaggio e replicare, con l’aiuto di un nnoto scienziato (Jeremy Renner).
La fantascienza secondo Villeneuve interpreta discretamente il “costume” di genere (alieni eptapodi,n design della navicella spaziale extra-terrestre, mistero contingente), ndando il meglio di sé nel comparto sonoro, cifra di quel carisma tecnicon che lo contraddistingue; eppure, avrebbe potuto esserci moltissimo naltro. Sarebbe forse bastata mezz’ora in più, o uno sceneggiato meno nridondante sulla parte politica (inevitabile, ma qui macchietta; avesse nsfiorato la parodia, avrebbe significato qualcosa, ma ci si avvicina al nridicolo). Invece, il compitino del bravo scolaro che meno di un certo nvoto in fiducia non avrà.
La splendida parte linguistica è nmeramente costola di uno scheletro più ampio, curvo, scoliotico ancorchén “datato”; lo sforzo di applicare un mezzo più televisivamente nfunzionale è reso vano dalla mancata caratterizzazione linguistica dellon stesso, che impoverisce la dimensione scenica del linguaggio, ndisarticolando la teatralità (quivi purtroppo solo potenziale) di un ncontatto alieno implicito, introverso, ancorché mistico.

Il non detto c’era, il linguaggio poteva abbattere la quarta parete. Ma tanto rumore per nulla.
n Peccato, abbiamo assistito ad un enorme spreco di risorse. Forse volevan essere metafora dell’operazione di tutto il film, ma in quel caso nmancherebbe persino il giusto approccio alla paraculata.

Arrival, in sostanza, è 8 in pagella ma 5 in condotta.
04/01/2017, 14:10

Cai Guo-Qiang, Kevin Macdonald, Sky Ladder



IL-CINESE-CHE-LA-SPARA-GROSSA


 Sky Ladder (la scala del cielo) dello scozzese Kevin Macdonald, premio Oscar nel 2000



Dipingere con la polvere da sparo, per poi incendiare l’opera d’arte. Da visionario, a volte, non riesco neanche a immaginare dove può spingersi la creatività e così quando qualcuno mi sorprende come fa Cai Guo-Qiang mi dispiace non averla pensata prima. Detta così, sembra facile: metti della polvere da sparo su una tela, copri col cartone e inneschi la miccia. Boom.
Cai Guo-Qiang (Quanzhou, 1957) rappresenta un’eccezione. Le sue installazioni sono immersive, ti avvolgono tra fumo e odore di bruciato, interattive tra fuochi d’artificio e polveri biodegradabili. Quando pensi di averlo capito, Cai mette in piedi la Sky Ladder, una scala di fuoco alta 500 metri, in grado di connettere simbolicamente la Terra con il resto dell’universo.  E tu là sotto come un puntino che guarda un cinese che l’ha pensata prima lui cosi come il branco di lupi che vanno a schiantarsi contro una parete di vetro del Guggenheim di Berlino.
Per chi volesse scoprire l’opera di Cai Guo-Qiang attraverso interviste, testimonianze e video delle performance, basta guardare Sky Ladder (la scala del cielo) dello scozzese Kevin Macdonald, premio Oscar nel 2000 per il documentario Un giorno a settembre, oltre che pluripremiato autore de L’ultimo Re di Scozia (2006).
P.S. Dimenticavo... Gli ho mandato una mail per il Festino di Santa Rosalia. Boom.
03/01/2017, 15:36

Rai, Veltroni, Techetechet



GLI-OCCHI-CAMBIANO-E-PURE-NOI


 Si chiama nostalgia e a volte è anche un po’ canaglia.



Non sapevo che Techetechetè fosse il programma rai più visto in estate. In fondo è solo un collage di sketch perlopiù comici o musicali, raschiando nell’immenso archivio degli ultimi cinquant’anni di storia televisiva. Ripensandoci, sarebbe meglio non produrre alcunché, mettere i remi in barca e navigare nel passato. Di sicuro sarebbe meno costoso e più divertente rivedere Totò, Vianello, Fò, Gaber, Jannacci, Sordi, Troisi, Mina, Modugno, Tognazzi, Arbore, Gassman, Tenco, Chiari, De Filippo, solo per fare qualche nome. Molti di questi mostri sacri dello spettacolo italiano sono stati scoperti da un giornalista illuminato come Vittorio Veltroni. Adesso il figlio Walter propone sulla tv nazionale "Gli occhi cambiano", una sorta di Techetechetè arricchito dalla sua voce narrante e un sottofondo groove accompagnato dagli abiti di scena degli anni cinquanta. Non so se sia più geniale avere fiuto per i talenti come Vittorio, o capire che i talenti sono scomparsi come Walter. Si chiama nostalgia e, a volte, è anche un po’ canaglia.


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